Altro viaggio

Di nuovo in aeroporto. Lei arriva nel primo pomeriggio e dopo due ore abbiamo un altro imbarco. Destinazione caldo, questa volta.

Almeno questo è il programma. Ho messo un po’ di cose nel trolley e contrariamente al solito, non mi sono vestita comoda. Indosso un tailleur grigio, la gonna stretta e un buon palmo sopra il ginocchio, un piccolo spacco laterale, camicetta bianca, autoreggenti scure. Fra il collant per il freddo e le gambe nude come preferirei, una via di mezzo.No reggiseno. Un inezia di perizoma. Ho i capelli tirati indietro, un filo di trucco. E un morbido cappotto beige che mi protegge dal libeccio di oggi.

C’è un motivo, per questo abbigliamento. Mi sono resa conto che non ho mai fatto sesso in aereo e sono determinata a entrare nel Mile High Club.

No, scherzo. Non è per questo che abbiamo organizzato la coincidenza del suo volo con il mio. E’ stata una scelta obbligata dopo attento studio dei voli disponibili. Però visto che voleremo insieme, mi sono vestita come piace a lei. E pronta. Chissà, forse ci riusciamo.

E’ atterrata e aspetto che esca. Sento addosso gli sguardi degli uomini. Mi piace. Un vecchio che finge di guardare le sue scarpe quando mi volto. Cammino con un leggero movimento dei fianchi. Non esagerato, solo ritmico. Intenzionale. Sto sfilando.

Un uomo seduto alza lo sguardo dal telefono e mi segue mentre gli passo davanti. Non faccio nemmeno finta di non accorgermene. Lascialo guardare. Lascialo desiderare.

Lei esce e mi guarda con il sorriso che dagli occhi arriva alla bocca. Scuote leggermente la testa. Ha capito il mio gioco. Percepisce il mio perizoma umido d’istinto.

Un leggero bacio sulla bocca, che non sfugge a un ragazzo che la seguiva con lo sguardo. Sorride.

Facciamo il check-in del nostro volo. C’è tempo per portarla a conoscere la mia amica del duty free, ma è in ferie. Peccato.

Attendiamo e chiamano il nostro volo. Al cancello scansionano il nostro biglietto.

Un assistente di volo ci accoglie sull’aereo. Giovane. Bello. La divisa perfetta. I nostri occhi si incontrano e vedo i suoi occhi che cercano i miei. Forse un secondo di troppo. Il suo sorriso mi ha fatto provare un brivido. Sono affamata.

Sussurro: “Ciao” e apro un bottone della camicetta. Un riflesso inconscio.

Il corridoio è stretto. Cerchiamo i nostri posti. Economy, niente altro disponibile. Mentre cammino, mi sistemo la gonna. Incrocio lo sguardo di un uomo che sfogliava una rivista e ho visto i suoi occhi sulle mie cosce, spalancati e senza vergogna.

La mia fila era sul retro. Sedile centrale. Certo. Ali è sull’altra fila. Mi guarda e sorride. Lei indossa un paio di jeans e un dolcevita panna. I capelli legati e grandi occhiali scuri.

C’è un uomo sul sedile del finestrino. Rasato, pulito, sui 35 anni. Capelli corti, un bel viso.

Fissa assorto fuori dal finestrino. Guarda concentrato. Mi viene voglia di disturbarlo. Mi volto verso Ali e di nuovo verso di lui. Lei capisce, sorride e le labbra sillabano: “Puta”. Si siede e mi guarda di sottecchi.

Sorrido fra me e immagino le possibilità.

Dopotutto questo volo potrebbe essere divertente.

Il mio bagaglio a mano è piccolo e leggero, poco più di una borsa.

Mentre entro nella mia fila, volto le spalle all’uomo seduto al finestrino. Sembra il tipo che cerca di non guardare, il che non fa altro che renderlo più divertente. Ho fatto scivolare il ginocchio destro sul sedile centrale e mi sono piegata lentamente in avanti per riporre la borsa.

La gonna si è alzata con appena una spinta e non l’ho fermata. Ho fatto finta di armeggiare con il bagaglio. L’ho spinto un po’ più in profondità. E così gli ho dato una vista della mia coscia nuda, appena sopra la calza.

Non stavo prendendolo in giro. Gli stavo offrendo qualcosa. Non è esibizionismo. E’ una rivelazione. Il corpo femminile. E’ sacro. Puoi adorarlo. Posso percepire l’adorazione.

Stava guardando.

All’inizio ha fatto finta di leggere la scheda di sicurezza. Si è sistemato meglio a sedere. Ma i suoi occhi erano fissi, magnetizzati. Mentre il corpo mostrava disagio, con piccoli gesti inutili. E poi si è rilassato e il suo sguardo si è fissato sul mio corpo.

Sulla piccola porzione coscia nuda e sulle morbide velate curve sottostanti. Ho mantenuto la posa più a lungo del necessario.

Fagli vedere. Lascialo desiderare.

Potrebbe vedere di più? Potevo offrirgli la scivolosità che si stava già accumulando tra le mie cosce? Il rossore della mia pelle, il sangue che pulsa sotto di essa?

I nostri occhi si incontrano.

E lui rimane come congelato.

Preso tra ammirazione e vergogna, distoglie lo sguardo e si volta verso la finestra, con il viso arrossato di un bellissimo rosso colpevole.

Il colore della confessione.

Mi siedo e lascio salire la gonna quel tanto che basta. Allaccio la cintura lentamente, deliberatamente, passo le dita lungo le cosce mentre mi sistemo. Mi volto verso di lui e gli sorrido.

Tenta di restituirlo, ma si ingolfa. Ancora rosso. Ancora scosso. Distoglie di nuovo lo sguardo, come un fedele in presenza di qualcosa di troppo divino per guardarlo direttamente.

Non gliene faccio una colpa. La rivelazione della deità femminile può essere travolgente. Lo so.

Soliti rituali pre volo degli assistenti. Guardo Ali e lei mi guarda sorride con gli occhi e di nuovo mi sillaba “puta”. Lo prendo come un incitamento.

Lo sto facendo per lei. Per me. Per quel maschio ignaro di essere sfiorato dalla grazia. Dal sacro.

È il mio gioco. La seduzione. La caccia. Davanti a lei: le offro il mio meglio come tributo all’energia devastante della sua bellezza.

Lei è la mia dea che mi guarda benevola, mentre officio un sacramento, un rituale, un sacrificio.

Le mie dita si spostano verso sulla fila dei bottoni della camicetta. E’ una cosa così semplice. Un giocattolo. Un grilletto. Una chiave per sbloccare l’attenzione.

Ho guardato di traverso.

Il mio sconosciuto seduto davanti al finestrino fingeva di leggere di nuovo il biglietto di emergenza. Così doveroso. Così educato. Ma i suoi occhi continuavano a scorrere verso di me, mai a lungo, quel tanto che bastava per soddisfare la sua sete con piccolo sorso alla volta.

Stava morendo di sete e io stavo per dargli da bere.

Ho iniziato lentamente. Giocando con il bottone. Aperto. Chiuso. Di nuovo aperto. Poi l’altro, ancora. Il mio respiro rallenta. Il mio sangue no.

Si vede la morbida curva superiore del mio seno.

Sento i miei capezzoli irrigidirsi con l’aria fresca e per l’eccitazione del momento.

Ora il mio seno è piccolo, sodo e arrossato: piccoli regali che non vedevo l’ora di scartare. Ho sfiorato un capezzolo con un dito, solo per sentirlo indurirsi ancora di più.

Con la coda dell’occhio l’ho visto guardare di nuovo.

Questa volta indugia.

Pensa di essere sottile, ma so come si muovono gli occhi quando sono guidati dal bisogno. Il suo sguardo scarta di lato, come quello di una preda, intrappolato tra paura e fascino, e si posa sul mio petto.

Non lo guardo. Non ancora. Ho solo sorriso dolcemente, come se pensassi a qualcosa fra me. Mi allungo di nuovo, con le braccia alzate quel tanto che basta per stringere la camicia sul petto. Quando riabbasso le braccia la camicia si apre e sono nuda appena sopra i capezzoli e la curva del seno un invito.

Mi volto verso di lui.

Occhi spalancati. Labbra divise. Colto in flagrante nell’atto di adorazione.

Questa volta non ho fatto finta di non accorgermene. Ho chiuso gli occhi con lui.

Il suo viso avvampa di rossore. Distoglie lo sguardo, ma non prima che io veda passare nelle sue pupille lussuria, vergogna, emotività, soggezione. Era tutto lì, scritto sul suo viso in un solo secondo di resa.

L’aereo comincia a muoversi, rotolando all’indietro dal cancello. Il leggero rombo dei motori che si risvegliano sotto di noi. Mi sono appoggiata allo schienale del sedile e ho lasciato che la camicia rimanesse aperta.

Non mi stavo nascondendo.

Lascialo guardare.

Poi ho girato la testa e gli ho detto a voce bassa, divertita:

“Non sei molto bravo a lanciare occhiate furtive”. Senza guardarlo.

Ride, colto di sorpresa. Un suono breve e deglutisce.

“Io… Mi dispiace.”

Lo guardo allora. Sembra davvero contrito. Occhi chiusi.

“Non farlo”, gli dico, “Non tutti sono fortunati”

Sbatte le palpebre.

Sorrido di nuovo, più dolcemente adesso. Non è una presa in giro. Non è crudele.

Lei è la mia Dea, io l’officiante, lui il sacrificio. Ma non è crudele.

Semplicemente generoso. La natura femminile è darsi. Donarsi.

Non si tratta di sedurlo. Non proprio. Di esaltare la sua fame.

Si tratta di condividere questa parte di me, questo calore radioso e spudorato che vive nella mia pelle. Voglio che veda. Per sentire ciò che sento: questo fuoco crescente che danza tra piacere e potere.

E soprattutto voglio che lo veda lei. Il mio amore.

I motori ruggiscono più forte. L’aereo si lancia in avanti, rotolando sempre più velocemente lungo la pista.

Lo sento nel petto. Il ronzio del movimento. L’ondata di attesa.

Stiamo lasciando la terra. Siamo in volo.

Le luci della città sotto di noi, un mare sparso d’oro che si dissolve in nuvole. La cabina si oscura, i passeggeri si sistemano nel silenzio, avvolti nei loro piccoli mondi personali.

Solo che il mio si stava espandendo e sentivo il suo vibrare accanto a me come un cavo troppo teso.

Mi sistemo sul sedile, mi volto leggermente verso di lui e lascio che la gonna mi arrivi un po’ più in alto sulla coscia. Giusto quanto basta per dare un suggerimento. Per fargli chiedere cosa indossassi o non indossassi.

“Scusa se mi sto agitando molto”, dissi, sfiorandomi una mano sul petto come se mi stessi sistemando la camicia. “A volte divento semplicemente… irrequieta sugli aerei.”

Mi lancia un’occhiata. I suoi occhi si abbassano: colpevoli e grati. “Va tutto bene”, dice schiarendosi la gola. “Non mi dispiace.”

“Mi piace muovermi”, continuo, abbassando leggermente la voce. Ho disincrociato le gambe e le ho lentamente reincrociate, lasciando che il movimento alzasse ancora più in alto l’orlo della mia gonna. “Mi aiuta a distrarmi.”

Emette una risata sommessa. “Sì, io… Lo vedo.”

Poi, come presa da un pensiero improvviso, mi tolgo le scarpe e disinvoltamente, afferro il bordo dell’autoreggente e velocemente le tolgo. Prima una e poi l’altra. Rimango con le gambe nude. Massaggio il segno dell’elastico sulla pelle nuda. Mi alzo e infilo le calze nel bagaglio. La mia pelle è a contatto con la sua gamba.

“Tanto lì farà caldo”, dico “e l’elastico mi stringeva. Scusa.”

Mi guarda e balbetta un “certo… di niente…“

Mi volto ancora un po’ verso di lui. Abbastanza vicino che la mia spalla quasi sfiora la sua. Abbastanza vicino che possa sentire la debole traccia del mio profumo e il calore della pelle.

“Sai…” inclino la testa e incrociai il suo sguardo. “Una volta ero timida all’idea di essere vista, di essere guardata.”

Solleva la fronte. Non dice nulla, ma i suoi occhi chiedono che continui.

“Ma poi ho capito…” Mi fermo, lasciando che il momento si estenda tra noi come una fragranza calda. “C’è qualcosa di bello nell’essere visti, nell’essere guardati. Come condividere una parte di te stesso con qualcuno che ha… fame.”

Si dimena a disagio sul sedile, cercando una risposta che non gli viene.

“E tu…” sorrido adesso “Sembri uno che sta morendo di fame.”

Il suo respiro si è fermato, udibile anche sopra i motori. Ho preso la mia bottiglia d’acqua, ho svitato lentamente il tappo, lasciando scivolare le dita attorno al bordo prima di bere un sorso.

“Ti sto mettendo a disagio?” Ho chiesto, anche se il mio tono diceva che conoscevo la risposta.

“No”, dice troppo in fretta. Poi: “Voglio dire, forse un po’. Ma non in senso negativo.”

“Bene.” Mi sono chinata, sussurrando vicino adesso. “Mi piace quel tipo di disagio. Di quelli che ti formicolano nello stomaco. E più in basso.”

Fa un respiro profondo. Vorrebbe dire qualcosa ma non gli viene. E’ come una preda ipnotizzata dallo sguardo fisso del serpente che le si sta avvicinando millimetro dopo millimetro.

Mi tiro indietro e gli rivolgo un piccolo sorriso innocente, dolce, come se nulla fosse accaduto.

L’aereo stava navigando verso est nel buio. Il ronzio del volo ci circondava: costante, intimo, come un respiro lento e vibrante.

“È una bella vista là fuori?” Chiedo con voce dolce, carica di calore.

Sbatte le palpebre, sorpreso dall’improvvisa attenzione. “Uh sì”, disse. “Per lo più nuvole. Non c’è molto da vedere.”

“Ti dispiace se do un’occhiata?”

Esita, poi annuisce e si appoggia leggermente allo schienale del sedile, facendo spazio.

Mi alzo, mi volto verso la finestra e mi chino in avanti, lentamente e deliberatamente. Il mio seno nudo a pochi centimetri dal suo viso, la mia camicia aperta, la mia pelle calda e arrossata. Non è possibile che non possa vedere tutto. Lascio che il mio respiro salga e scenda, lascio che il ritmo sollevi e lasci cadere il mio petto davanti ai suoi occhi.

Guarda.

Questa volta non ha cercato di nasconderlo. I suoi occhi si posano sui miei seni, le labbra si aprono, riverenti e silenziose. Come se avesse dimenticato come respirare.

Non mi sono mossa.

Rimango lì, fingendo di ammirare quel cielo, quando in realtà lo stavo guardando riflesso nel vetro. Osservavo il modo in cui i suoi occhi tracciavano la curva del mio seno fissando la piccola punta dura del mio capezzolo che sentivo pulsare sotto il suo sguardo, come se fosse attratto dal calore della sua attenzione.

La mia figa pulsava. Il dolore tra le gambe non era più lieve: era urgente. Affamato.

E poi il tempismo divino.

L’aereo sobbalza bruscamente sotto di noi, tremando per la turbolenza.

Ansimo e perdo l’equilibrio, inciampando in avanti. I miei seni atterrano direttamente sul suo viso, morbidi e nudi, soffocandogli la bocca. Le sue mani schizzano fuori istintivamente, afferrandomi la vita per stabilizzarmi.

Dio, le sue mani sono grandi. Calde E si aggrappano a me come se non volesse lasciarmi andare.

“Mi dispiace”, sussurro, per niente dispiaciuta.

Un’altra scossa. Mi appoggio con un braccio e poi, lentamente, gli avvolgo una mano dietro la testa. Lo tiro delicatamente in avanti, premendogli il viso tra i miei seni, cullandolo come un’offerta.

“Potresti anche farlo”, mormoro, sfiorandogli l’orecchio con le labbra.

Il suo respiro si è impigliato nella mia pelle.

L’aereo trema di nuovo e sento una delle sue mani scivolare più in basso, seguendo la curva dei miei fianchi, per poi afferrarmi il culo con dita ferme e avide.

SÌ. SÌ.

“Fallo”, sussurro, con voce bassa ed elettrica. “Succhialo finché puoi.”

Obbedisce.

Le sue labbra trovano il mio capezzolo, caldo e morbido. Si chiudono attorno ad esso come un uomo che muore di sete, succhiando prima delicatamente, poi con forza.

Gemo, basso e silenzioso, solo per lui, e mi inarco nella sua bocca. Il suo calore, le vibrazioni dei motori, il dolce dondolio dell’aereo: era tutto troppo. Sento il mio capezzolo indurirsi ancora di più. Ci vedevano? Volevo fortemente che Ali stesse guardando. Che capisse la mia urgenza.

Lui gira la testa e prende l’altro tra le labbra. Questa volta tira, solo un po’. Rimango senza fiato. La mia mano gli afferra la spalla. L’altra mia mano stringe i suoi capelli.

Faccio scivolare la gamba tra le sue e sento la durezza del suo cazzo tendersi contro i pantaloni. Mi mordo il labbro per non gemere. Così duro. Così pronto.

E poi l’aereo si è livellato. Le scosse cessano. L’attimo era sospeso tra noi: senza fiato, pericoloso, sacro.

Mi ha liberato il capezzolo con un bacio dolce e riluttante.

Mi raddrizzo lentamente, con i capezzoli bagnati e formicolanti, e mi sistemo la camicia quel tanto che basta per far sembrare che avessi cercato di sistemarla. Lui sembra stordito, distrutto, completamente distrutto. Mi piace così. Sento tutto il mio potere.

“Beh,” gli dico dolcemente, “grazie per il supporto.”

Apre la bocca, ma non gli vengono parole. Solo un respiro. Un sorriso. Mi aiuta a rimettermi al mio posto e noto come le sue dita indugiavano sulla mia gonna, sfiorandomi in alto lungo le cosce. Quasi toccante. Quasi no.

Non lo fermo.

“allora, misterioso uomo del finestrino, come ti chiami?”

“Marco, sono un fotografo di moda, e tu?”

“Io Monica e conosco i fotografi di moda…” Gli porgo la mano e mi piace la sua stretta, morbida, ma maschia e calda.

“sei bellissima… mi piacerebbe fotografarti”, dice “perché dici che conosci i fotografi di moda?”

Sorrido. Lascialo in sospeso. Mai mettersi a parlare di lavoro. Gli dai sicurezza.

“Devo andare in bagno, scusa” dico.

Mi alzo. Vado verso Ali e le dico: “vieni”. E’ un ordine, una supplica, un’urgenza.

Andiamo verso la poppa. Entriamo in bagno insieme. L’assistente mora ci guarda e ha uno sfarfallio negli occhi, sorride.

Mi bacia, bloccandomi la testa con la sua mano. Le nostre lingue s’intrecciano.

“Eres una puta deliciosa” (sei una deliziosa puttana) mi dice.

“Sono la tua puttana” rispondo.

La sua mano mi fruga fra le cosce, le dita trovano la mia fica bagnata. Ne mette due. Mentre continua a baciarmi e mordermi le labbra. Le porta fra le nostre bocche, lecchiamo insieme i miei succhi. Di nuovo. Mi sfiora il clitoride e gemo. La spingo verso i capezzoli.

“glieli ho fatti succhiare…” dico. Spalanca gli occhi.

“En serio? No lo había visto… pero cómo?” Non rispondo e la spingo a succhiarmeli. Attraverso me, il mio corpo, ti offro la sua bocca, la sua saliva. I vostri fluidi si mescolano su di me. Mi lecca entrambi i seni.

Mi fa allargare le gambe, rude. Alza la gonna e si inginocchia in terra. Si attacca alla mia figa pulsante con la bocca. Succhia il clitoride. Mi scopa con le dita. Nemmeno un minuto e vengo. Si alza, mi bacia. Sa di me. Mi ricompongo. Facciamo pipì. Usciamo.

“What do you want to do with him?” (cosa vuoi fare con lui?)

“He’s cute, he’s sweet. I don’t know.” (è carino, è dolce. Non lo so.)

Torniamo ai nostri posti. L’assistente ci guarda in modo diverso. Come per un segreto condiviso. L’uomo del finestrino mi guarda come per decifrarmi. Non ci riesce.

“Era urgente” gli dico.

“La tua amica…” indica verso Ali “ non è italiana…”

“no, è spagnola…”

“E’ molto bella… è … regale”

“Si, lo penso anch’io… ti piace?”

Si nasconde dietro la professionalità: “siete entrambe straordinariamente interessanti… da fotografare”

“hai mai fotografato scene porno?” gli chiedo con un sorriso ambiguo.

Ridacchia. “No, veramente… non ho mai … dei calendari glamour si… ma sesso vero no…”

“beh potresti avere la tua occasione” gli dico.

“voi… fate porno? Cioè… insomma… cosa intendi?”

“no no… siamo solo… amanti. “

E’ confuso. Non lo vedo nelle luci soffuse ma sono sicura che arrossisce. Si chiede che gioco abbia giocato. Sento i pensieri scorrere nella sua testa e non riuscire a ordinarsi.

“ti ringrazio per avermi sorretto, durante la turbolenza” dico dolcemente.

“oh di niente, è stato un piacere…sorreggerti”

Pausa. Lascio che il silenzio ci avvolga.

“posso chiederti dove alloggi? Sei qui per lavoro?” chiede.

“Sono qui solo per piacere e, si, posso dirti dove… alloggiamo.”

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